Content Marketing

I trend del 2026

Federica Fasoli Federica Fasoli 7 min di lettura

Tra nostalgia, AI fatigue e ritorno all’umano.

Pile di riviste cartacee con la scritta “Social Media” appoggiate su un laptop

Se c’è una certezza nel social media marketing del 2026, è questa: il contenuto perfetto non funziona più.

Non è più sufficiente una grafica iconica, un montaggio patinato o una campagna “brandizzata” per essere rilevanti. Oggi il pubblico chiede, e i dati lo confermano, un contenuto che sappia parlare di esperienza, empatia e valore reale.

AI, filtri e produzione automatizzata spingono verso l’omologazione ma gli utenti rispondono con un segnale chiaro: la ricerca dell’autenticità.

E questo può significare anche imperfezione. 

“Il 2026 è il nuovo 2016”: nostalgia e semplicità come antidoto all’hype

Un fenomeno sorprendente del primo mese del 2026 è il trend virale su TikTok e Instagram chiamato “2026 is the new 2016”.

Utenti di tutte le età hanno ripubblicato foto, video e clip in stile anni “zero‑dieci”, quelli in cui i social erano più spensierati e meno ossessionati dall’algoritmo.

Questo ritorno al passato non è solo un esercizio estetico: è una reazione culturale alla digital fatigue.

Le persone stanno voltando le spalle alla perfezione patinata, portata all’estrema potenza dall’avvento dell’intelligenza artificiale,

e abbracciano contenuti più casual, imperfect by design e carichi di significato emotivo.

Autenticità come valuta più forte dell’algoritmo

Più le piattaforme evolvono, più si capisce che l’AI non può sostituire la sincerità umana.

Come emerge da diverse analisi dei trend digitali per il 2026, i contenuti “uman‑centric”, ossia quelli che parlano in prima persona, mostrano processi, errori, contesti reali, performano molto meglio dei contenuti generici o prodotti in massa.

Secondo gli analisti, l’autenticità è il trend n.1 per conquistare l’attenzione in un feed saturo, perché trasmette qualcosa che l’AI non può replicare: relazione e fiducia.

Salvataggi e condivisioni: le nuove metriche che contano (soprattutto su Instagram)

Dimentica i like come bussola principale di successo.

Nel 2026 i segnali che l’algoritmo interpreta come alta qualità non sono più le reactions superficiali, ma azioni più consapevoli, in particolare:

– Salvataggi

– Condivisioni

– Commenti articolati

Non sorprende che i caroselli informativi, quelli che rispondono a una domanda, insegnano qualcosa o scompongono un concetto complesso, generino più salvataggi e retention del pubblico rispetto ai reels semplicemente virali. Secondo un report recente, i caroselli generano circa il 12% in più in termini di engagement rispetto ai reels e oltre il 100% in più delle singole immagini.

Questo sposta il focus del contenuto da consumo veloce a valore duraturo.

L’era dei contenuti “imperfettamente perfetti”

Il pubblico digitale è un pubblico sempre più consapevole, che non vuole più prodotti ultra‑patinati che sembrano usciti da un set pubblicitario troppo costoso o riflessi di vite “troppo perfette” e, quindi, irraggiungibili e “posticce”.

Le piattaforme stesse evolvono verso formati che premiano:

– Narrazione spontanea e coerente

– Contenuti con voce umana riconoscibile

– Storytelling riferito all’esperienza, non alla produzione

Secondo le previsioni per il 2026, i video intensi di storytelling, dove il focus non è l’estetica, ma ciò che viene detto, rappresenteranno la forma di engagement più profonda.

Ritorno all’offline, alla lentezza e alla “vita reale”

Non è solo un trend social: è una reazione più ampia e generazionale a un mondo saturo di notifiche, AI e stimoli digitali costanti.

Molti utenti stanno promuovendo esplicitamente esperienze offline, movimenti anti‑schermo e momenti digital detox come forma di equilibrio mentale.

Questo si riflette anche nei contenuti: i post che mostrano vita reale, momenti fuori dallo schermo, lavorazioni manuali, viaggi, cultura locale stanno guadagnando terreno perché parlano di valori che gli utenti realmente sentono e desiderano.

Sempre connessi, ma sempre più silenziosi: il paradosso dei profili personali

Un altro segnale chiaro del cambiamento in corso riguarda l’uso dei profili personali, in particolare da parte della Gen Z.
Secondo un’indagine pubblicata da The Atlantic e ripresa anche da Il Post, i giovani nativi digitali usano i social costantemente, ma postano sempre meno.

Preferiscono osservare, salvare, seguire creator e trend, ma evitano di esporsi.

Il feed personale, un tempo spazio di auto-narrazione, oggi è visto come uno spazio pubblico troppo carico di aspettative.

La sovraesposizione ha generato un effetto contrario: il bisogno di proteggersi, di curare la propria presenza, o addirittura di scomparire dai radar.

Lo stesso vale per le Instagram stories, che nel 2023 avevano raggiunto il picco di utilizzo, ma che oggi mostrano segnali di flessione: meno contenuti pubblicati, meno reazioni, meno condivisioni.
Secondo i dati interni pubblicati da Later nel report 2025, le interazioni sulle stories sono calate del 18% anno su anno, soprattutto nei profili non creator.

Attenzione però! Questo non vuol dire che la Gen Z sia meno presente online.
È solo più selettiva, maggiormente spettatrice e più attenta a ciò che espone.
Si comunica sempre, ma per lo più attraverso salvataggi, DM privati, app di condivisione chiusa o formati di gruppo come i “Close Friends” o i broadcast.

Alla luce di questo, è necessario che i brand rivedano le logiche di engagement e quindi non puntino più solo alla viralità, al contenuto di “prodotto” spesso percepito come autoreferenziale.

Il vero plus sarà capire come diventare parte delle micro-conversazioni che avvengono fuori dal feed pubblico, magari proprio attraverso lo share di un un reel in privato o di un salvataggio di un carousel in una raccolta condivisa con gli amici.

I social media come ecosistema di relazioni reali

Anche questa volta siamo davanti una trasformazione significativa: i social, da vetrine di contenuto, diventano ecosistemi di relazione dove la connessione e l’interazione sono i dati di cui tener più conto.

Nel 2026, quindi, la potenza del brand è direttamente proporzionale alla sua capacità di creare interazione significativa, non solo visibilità gratuita.

Le community, i creator micro‑community e i contenuti che invitano alla conversazione convergono verso un unico obiettivo: costruire fiducia e relazione, non solo impression.

Il tramonto dell’influencer marketing come lo conoscevamo

L’influencer marketing, nella sua forma classica, è morto. È questa un’altra verità difficile da ignorare per il 2026.

 O meglio, bisogna dire che l’influencer marketing ha perso credibilità, appeal e, soprattutto, potere di conversione.

I mega-influencer, con milioni di follower e contenuti sempre perfetti, non generano più fiducia reale, ma sempre più spesso una percezione di distanza e artificialità.

Secondo il report 2025 di HypeAuditor, il 38,6% degli utenti dichiara di non fidarsi più dei contenuti sponsorizzati da creator con audience molto ampie, percependoli come “non autentici” o “mosse pubblicitarie”.

Il vero valore oggi si sposta su profili più piccoli, capaci di attivare community reali e creare contenuti che sembrano nati da un’esperienza vissuta, non da un brief approvato.

Inoltre, secondo Influencer Marketing Hub, nel 2024 le campagne con nano e micro-influencer hanno registrato un tasso di engagement 3 volte superiore rispetto a quelle con celebrity e figure pubbliche di primo piano. E il trend nel 2026 è in crescita.

Quello che una volta bastava (follower count + post perfetto + caption edulcorata) oggi non muove più nulla.

Il pubblico vuole riconoscersi, non essere ispirato da una perfezione irraggiungibile.

E questo, per chi lavora oggi in strategia e contenuti, è un concetto da capire e applicare in fretta.

Esempi di contenuti che performeranno davvero nel 2026

Se stai pensando a come orientare la tua strategia, ecco cosa conta davvero (soprattutto su Instagram):

1. Caroselli informativi con struttura chiara

Dividili in:

– Hook + domanda iniziale

– Problema → insight

– Soluzione → takeaways

– CTA che invita al salvataggio/DM/commento

Questi contenuti si salvano, si condividono, si leggono con calma perché torneranno utili in un secondo momento, e Instagram lo premia.

2. Storytelling umano e contestualizzato

Non serve essere perfetti. Serve essere riconoscibili.
Racconta processi, fallimenti, motivazioni, dietro le quinte. Le persone si connettono alle esperienze, non ai set.

3. Reel che sembrano spontanei, ma sono strategici

Non allenarti a confezionare “perfetto”, ma a parlare chiaro nei primi 3 secondi.
L’algoritmo premia tempo di visione e interazione.

4. Contenuti seriali

Pensa in episodi. Non post singoli, ma narrazioni che si sviluppano nel tempo e creano aspettativa.

Normal content is dead

Si può dire, quindi, che il contenuto “normale”, quello fatto per piacere o per mostrare bravura, sia (con buona pace dei più) morto.

Il contenuto che sopravvive e vince è quello che:

– porta valore concreto

– genera conversazione

– si salva e si riusa

– racconta storie, non mera “aesthetic”

– costruisce relazioni reali e umane

Al netto dell’AI, che resterà sicuramente presente nello snellire processi e funzioni “operative”, la vera differenza strategica e competitiva sarà la componente umana che sa raccontare, spiegare, coinvolgere. E, per chi costruisce contenuti, oggi vincere significa restare umani.

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